RASSEGNA STAMPA

Riapriamo il teatro di mio nonno («Il Firenze»)

15/08/2006


Mio nonno paterno non l’ho conosciuto e non so molto di lui. Tranne che morì giovane lasciando undici figli, che costruì e dissipò un ingente patrimonio, che amava le donne e la bella vita e

Mio nonno paterno non l’ho conosciuto e non so molto di lui. Tranne che morì giovane lasciando undici figli, che costruì e dissipò un ingente patrimonio, che amava le donne e la bella vita e scriveva ridondanti e improbabili prose letterarie.
Mi dicono che di tanto in tanto chiamava due carrozze e vi caricava tutta la sua numerosa famiglia per andare al Teatro del Cocomero, che all’inizio del secolo scorso era il vero teatro dei fiorentini. La fortuna di quel bel teatro, collocato proprio nel cuore di Firenze e poi ribattezzato Niccolini, durò nei decenni fino agli anni Settanta-Ottanta quando un altro libertino dissipatore (Roberto Toni), lo lanciò come vero e proprio teatro stabile. In quegli anni Firenze divenne un centro di produzione teatrale: il Trt (Teatro Regionale Toscano), la Rassegna dei Teatri Stabili e il Niccolini (ma c’era anche il Rondò di Bacco a Palazzo Pitti per l’avanguardia), la scuola di Kantor e poi di Gassman. Per chi come me amava il teatro, sono anni memorabili: da Bergman al Living Theatre, a Carmelo Bene. Oggi il Niccolini giace abbandonato al degrado a due passi dal Duomo. Quando ci passo davanti mi sembra di risentire le voci dei fantasmi del suo nobile passato. La decisione fu presa alla fine degli anno Ottanta: la produzione teatrale spostata a Prato e Pistoia, Firenze vocata al teatro di ricerca e alla musica classica. Contestai questa folle scelta nelle sedi politiche che a quell’epoca frequentavo. La musica classica, mi sono sempre chiesto che pubblico abbia, visto che gli dedicano il Comunale (azienda in crisi da anni), la Pergola, il Verdi, il Goldoni e non so più cos’altro. Firenze non ha dunque un Teatro stabile, non dico come Roma e Milano (che ne hanno più di uno), ma come Trieste e l’Aquila. Incontro ogni giorno mesti, per strada, ex registi, ex attori, ex scenografi che sono dovuti o emigrare o riciclarsi per mettere insieme il pranzo con la cena. Senza un’azienda di produzione, anche l’indotto del teatro, fatto d’idee e professionalità, muore. Se questo vuol dire continuare a essere città di cultura deve ricominciare prima di tutto a produrla e non comprarla chavi in mano. C’è la Dop perfino per i fagioli, ma nessuno pensa a quella per le idee. Lanciamo una campagna perchè riapra il teatro di mio nonno.


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