RASSEGNA STAMPA

Pagine di Pirandello («La Repubblica»)

11/10/2016


Sapere che la morte si avvicina rende più gustosa la vita. L’avvicinarsi della fine avvicina all’attimo fuggente e rende più dolce quel gusto un po’ amaro di cose perdute

Niccolini. Gabriele Lavia, da domani al 2 novembre, con “L’uomo dal fiore in bocca”e altre novelle: “Racconto in scena il mistero della vita”

Sapere che la morte si avvicina rende più gustosa la vita. L’avvicinarsi della fine avvicina all’attimo fuggente e rende più dolce quel gusto un po’ amaro di cose perdute. Il Teatro Niccolini apre la stagione con la novità di Gabriele Lavia “L’uomo dal fiore in bocca... e non solo” di Pirandello. Con Lavia sono in scena Michele Demaria e Barbara Alesse, produzione Pergola-Fondazione Teatro della Toscana e Stabile di Genova. Lo spettacolo avrà una lunga tenitura (Niccolini, da domani al 2 novembre). Questo breve atto unico racconta di un uomo condannato a morire fra poco tempo, che proprio per questa ragione medita sulla vita con urgenza appassionata.
Gabriele Lavia, “L’uomo dal fiore in bocca” è uno spettacolo che parla di morte, ma è anche un inno alla vita.
«Evidentemente. Io ho spesso frequentato il teatro di Pirandello e voleva fare da anni questo breve testo. Io ho arricchito il monologo originale con altre novelle che affrontano temi cari a Pirandello: la donna e la morte. La morte quando entra in noi è invisibile. “L’uomo dal fiore in bocca” durerebbe pochissimo, il mio spettacolo arriva ad un’ora e mezzo».
Quale sarà l’adattamento teatrale.
«Ho creato un’operazione drammaturgica in cui hanno grande importanza i rumori: i tuoni, la pioggia, i treni che partono».
Nei suoi spettacoli la scenografia – spesso imponente – diventa parte stessa del testo, del racconto, delle sue idee di regia.
«È vero. Per questa produzione sono stati riaperti gli storici laboratori del Teatro della Pergola, che hanno realizzato interamente l’imponente scenografia disegnata da Camera».
Dove è ambientato lo spettacolo?
«In una stazione ferroviaria del Sud d’Italia. Un luogo simbolico, di passaggio fra l’inizio di un’esistenza e la morte. Una scenografia sontuosa: la struttura portante, alta almeno 9 metri, di legno di pioppo, regge le vetrate annerite della vecchia stazione. Ai lati vi sono lunghe panchine. Mentre il pavimento è composto da 92 tasselli d’abete e ricoperto da uno strato di decorazione e motivi geometrici; al centro c’è un grande orologio che ha smesso di girare. Piove a dirotto ma è estate: che tempo assurdo. Un’assurdità che fa pensare alla vita».
Ci parli degli altri personaggi.
«C’è piccolo uomo che ha in mano una ventina di pacchetti colorati: perde sempre il treno e lo perderà sempre. C’è poi una donna che passa, una sorta di fantasma: chi è, la moglie? La morte? Il denominatore comune sono le paure e il bisogno di esorcizzarle dietro una qualche forma di maschera». Da dove nasce la sua attrazione fatale per Pirandello? «Ho sempre avuto un amore viscerale per lui. Mie nonna quand’ero piccolo mi leggeva le novelle con un accento che purtroppo non riesco a restituire. E quei suoi personaggi sghembi, storti, me li ricordo».


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